Un’epidemia globale, più di 720.000 contagiati e più di 34.000 vittime.
Enormi conseguenze in ambito sociale, economico, geopolitico nel breve, medio e lungo termine.
Una ferita che potrà rimarginarsi, ma che lascerà cicatrici profonde e visibili.

Il colosso cinese, primo ad affrontare questa drammatica realtà è riuscito a contenere la diffusione del Covid-19, il nuovo coronavirus Sars-CoV-2, solo applicando misure drastiche di contenimento fisico della popolazione. Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha descritto criticità, successi e spunti di miglioramento di un modello di tali caratteristiche e ha fornito indicazioni valide anche per altri paesi. In particolare, sarebbe necessario riuscire ad agire immediatamente dopo i primi avvisi, riuscire ad aumentare la capacità di isolamento e cura, ottimizzare la protezione del personale sanitario in tutte le situazioni, aumentare la collaborazione per lo sviluppo di conoscenze e strumenti, comunicare in modo più chiaro a livello internazionale.

Il modello cinese non è però la sola soluzione valida adottata in Asia nel contenimento dell’epidemia.

A quel modello basato su misure pratiche (sia in campo logistico che in campo medico) si è contrapposto il modello tecnologico coreano.

La Corea del Sud ha fatto tesoro dell’esperienza nella lotta contro l’epidemia di Mers (la sindrome respiratoria acuta del Medio Oriente) e l’epidemia di Zika, due fenomeni virali che pur essendo  di entità nettamente inferiore a quella del Covid-19 avevano causato la morte di decine di persone e mostrato le criticità del sistema sanitario: da un lato difficoltà nel fornire assistenza sanitaria adeguata, dall’altro l’ impossibilità di produrre in tempi brevi dispositivi di protezione adeguati e strumenti tecnologici idonei alla cura.

Qual è stata quindi la soluzione che ha permesso alla Corea, nonostante queste premesse, di fronteggiare il maggiore numero di contagi in Asia da Covid-19 –vale a dire 8.326 infetti – al di fuori della Cina?

Sono state create innanzitutto stazioni mobili per il test, visite nelle abitazioni, e punti di controllo in strada a carico degli automobilisti che hanno contribuito al successo del modello nazionale. La Corea del Sud è il Paese che ha fatto il maggiore numero di test rispetto al totale della popolazione (più di 24000).

Questi ultimi sono test veloci che coprono un arco temporale inferiore ai 10 minuti e che per questo sono poco rischiosi sia per il personale sanitario che per la popolazione sana.

Ma la vera svolta nel modello coreano si è avuta con l’apporto della tecnologia e in particolar modo dei Big Data con la diffusione di app che permettono tramite geolocalizzazione di individuare le aree in cui sono presenti assembramenti di contagiati (per citarne una, la app ‘Corona 100m’ che ha registrato un’impennata di download nel mese di febbraio). A questa tipologia di app si è poi aggiunto un sistema centralizzato che rende pubblici i movimenti e le transazioni dei cittadini affetti da coronavirus tramite tecnologia Gps e telecamere di sorveglianza.

Anche il modello di Singapore non si discosta molto da quello coreano.

Come afferma Dale Fisher, dell’Infection Control, National University Hospital alla National University of Singapore il modello di questo paese si basa su strutture ospedaliere create appositamente per il contenimento di epidemie su vasta scala, squadre di tracciamento dei contatti tra le persone infette e utilizzo di mezzi tecnologici per favorire questo tracciamento.